Cultura

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Cultura

La vacanza nel Cilento può non essere solo legata al mare e alle attività ad esso connesse, sono molti i luoghi da scoprire, molte le mete che non ti aspetti per arricchire il tuo soggiorno abbiamo stilato un elenco di posti che ti rimarranno certamente nella mente e nel cuore..

METE CULTURALI

  • CAMEROTA

Il nome deriva dalle numerose grotte calcaree, in cui ancora oggi è possibile trovare reperti archeologi risalenti all’era Paleolitica. Il territorio è uno dei luoghi più importanti in Italia per lo studio della cultura preistorica lungo la costa; si trovano persino resti d’ippopotami predati durante la caccia.

La cittadella di Camerota si sviluppò intorno ad un castello fortificato preesistente negli anni 535-553, quando imperversava la guerra gotico – bizantina questa fortezza nel 909 rappresentava la seconda roccaforte del Cilento, insieme al castello di Agropoli. Vi si accedeva attraverso tre porte: porta di Suso (unica ancora visibile), porta di S. Maria e porta di S. Nicola, che erano aperte ad orari stabiliti con chiavi d’argento.

Nel luglio 1552 la cittadina ed il castello furono devastati e saccheggiati dai Turchi. Nello stesso anno, però, il marchese Don Placido de Sangro fece ricostruire il castello e la torre Laiella: difatti le incursioni marittime erano frequenti nella costa tirrenica, così la Regia Corte decise di fortificare tutte le coste del Regno con torri ben visibili l’una dall’altra. Le costruzioni iniziarono nel 1563 e furono completate nel 1601. Quasi contemporaneamente alla costruzione delle torri, fu fondato a Camerota il Convento dei Cappuccini. Nel 1647 la città, cavalcando la sommossa di Masaniello, si sollevò contro il proprio signore e nel 1828 aderì ai moti cilentani soffocati dai Borboni.

camerota
Camerota

Dal 1811 al 1860 è stato capoluogo dell’omonimo circondario appartenente al Distretto di Vallo del Regno delle Due Sicilie.

Prima, durante e dopo le due guerre mondiali a Camerota si sviluppò un forte movimento migratorio verso i paesi dell’America Latina.

Nel paese ci sono da visitare diverse chiese tra cui la Chiesa di Santa Maria in piazza, la più recente, al cui interno si trovano affreschi rappresentanti la vita di Gesù, dipinti dall’artista Rosalbo Bortone e molte statue.

Altri siti d’interesse sono: la Chiesa quattrocentesca di San Nicola di Bari al cui interno è possibile ammirare un presepe del napoletano ‘700, un’acquasantiera di pietra vulcanica del Vesuvio, una madrevite girevole in legno e un organo di arte viennese, la Chiesa di San Daniele di rito greco fino al 700 in cui troviamo un organo risalente al 1847, la cappella di San Gennaro con i suoi preziosi stucchi barocchi, il Santuario di San Antonio, la Cappella rupestre di San Biagio e, nel rione di San Vito, la Porta di Suso situata sotto la Piazza Vittorio Emanuele III, il Teatro Kamaraton situato sotto il castello ed infine gli antichi abbeveratoi oggi riconvertiti in fontane.

All’interno delle antiche mura di Camerota si trova inoltre il Castello medioevale per il quale non c’è mai stato un saggio di scavi archeologici per lo studio storico del sito. Si presume che sia stato costruito nel medioevo. Il maschio principale sembra del periodo normanno (tardo secolo XI – inizio XII). Insieme con la Chiesa italo-greca di San Daniele, formava l’asse originale del più antico rione del paese. Oggi rimangono solo le mura e le torri. All’interno vi era anche una cappella. Durante dei saccheggi fu dato alle fiamme, ma fu ricostruito come residenza signorile.

Durante i mesi estivi nel borgo camerotano si svolge la manifestazione “AGATAfestival” evento dedicato all’Arte, Gastronomia ed all’Artigianato locale. Durante le giornate della rassegna gli artisti ed artigiani trasferiscono i loro laboratori d’arte e le botteghe nel centro storico, a questi si accompagnano degustazioni di prodotti tipici locali, musica e spettacoli di varia natura da ascoltare all’aperto negli slarghi e nelle varie piazzette.

Possibili visite alle botteghe artigianali di terracotta disseminate per il borgo, nelle quali si può osservare la tradizionale lavorazione artigianale della terracotta alta. I cosiddetti pignatari (tornitori) servendosi del tornio, della rasula e di un sottilissimo filo di ferro, formano le conze che, messe al sole per una prima induritura, passano alla imbitinatura ed alla cottura in fornaci di creta che dura circa 9 ore. Inoltre, Camerota vanta un secolare artigianato del legno e della radica, del vimini e della produzione delle corde utilizzate per la coltivazione dei mitili realizzate intrecciando l’ ”erba spartéa”.

Distanza: 6 km, 10 minuti circa.

  • PALINURO

Graziosa località situata alle falde dell’omonimo monte conosciuta per le sue bellezze naturali già da Virgilio.

palinuro
palinuro

Il Capo Palinuro può vantare antichi insediamenti umani le cui tombe sono databili intorno al VI sec. a.C. e i reperti trovati indicano la presenza di una colonia greca.
La sua storia è legata alla storia della città della Molpa, di cui restano due ruderi: il castello e la chiesa parrocchiale di San Giuliano, risalente al 1100.

La cittadina è nota soprattutto per la bellezza della sua costa, ricca di torri e grotte, per la limpidezza del mare, e per il faro, (sede della stazione meteorologica), posto a picco sul mare e poco distante dalla torre del Fortino quest’ultimo visitabile ma in stato di abbandono ma non per questo meno affascinante; difatti dalla sua sommità si può godere di uno splendido panorama.

Da visitare il palazzo baronale Rinaldi. Nel 1814 vi dimorò il re di Napoli (cognato di Napoleone) Gioacchino Murat e non può mancare una visita all’Antiquarium, che espone reperti di una necropoli del VI sec. a.C.

Infine consigliamo la visita all’Arco naturale, un enorme arco di roccia che si protende verso il mare, ed alla piccola baia alle sue spalle.

Dal porto partono regolarmente visite guidate in barca alla grotta Azzurra ed alla costa.

Distanza: 13 Km, 15 minuti circa.

  • SAN SEVERINO

    sanseverino
    sanseverino

Il vecchio abitato di San Severino è un borgo medievale abbandonato posto sopra la valle del fiume Mingardo, che qui scava una stretta forra chiamata Gola del Diavolo (anche chiamata della Tragara). Il paese risale al XXI secolo e conserva tracce di varie epoche storiche attraverso le rovine di un castello e di una chiesa. Le fonti storiche indicano la probabile origine dell’insediamento urbano nel VII secolo per opera di mercenari bulgari emigrati nel principato longobardo di Salerno. Questi soldati furono adibiti al controllo della gola del Mingardo, principale arteria di collegamento per il Golfo di Policastro, che appunto si dipanava per questa gola, garantendo il collegamento con il porto di Palinuro. A quest’epoca risale la costruzione di una torre di avvistamento, i cui resti sono visibili dall’alto e le prime abitazioni per gli armigeri.

Con i Normanni (10771189) ed in seguito con gli Svevi (11891266) furono realizzate altre opere di fortificazione, soprattutto da Federico II, il quale dispose la realizzazione della cinta muraria e fu realizzata inoltre la chiesa, di notevoli dimensioni, a picco sullo strapiombo della gola.

Con l’avvento degli Aragonesi (1444) il borgo fortificato già da anni della potente famiglia dei Sanseverino, essendo venuta meno la sua importanza strategica, anche per lo sviluppo delle armi da fuoco, cadde in decadenza e il castello fu abbandonato.

Con la costruzione nel 1888 della linea ferroviaria Pisciotta – Castrocucco la popolazione cominciò gradualmente a trasferirsi a valle, perciò nel giro di una cinquantina d’anni, il paese venne quasi del tutto abbandonato, anche se fino al 1977 la chiesa sul Borgo restò la chiesa del paese a valle e alcune case del borgo vecchio ancora abitate.

Ora il vecchio Borgo è meta di un notevole flusso turistico proveniente in gran parte da villeggianti in vacanza e la tutela del borgo è affidata ad alcune associazioni con la collaborazione del Comune di Centola.

Tra le costruzioni da visitare ci sono la Chiesa di Santa Maria degli Angeli con abside pentagonale e unica navata, il “Palazzo Baronale” su tre livelli e i resti dell’antica rete difensiva del sito.

Oggi questo borgo ospita il nascente Museo La Casa dell’Emigrante.

Distanza: 15 km, 20 minuti circa.

  • MARATEA

    cristo di maratea
    cristo di maratea

La sua costa è ricca di insenature, scogli e secche di fronte all’isola di Santo Janni. Degni di attenzione sono i fondali e le oltre 50 grotte marine e terrestri, delle quali alcune hanno restituito fossili e reperti preistorici, stalattiti e stalagmiti. Incastonata nel Mar Tirreno ha numerose e caratteristiche le spiagge costiere.

In più, le montagne dell’entroterra, arrivando con i loro costoni direttamente sul mare, creano un forte contrasto visivo di mare e monti, che da vita a pittoreschi panorami e scorci visivi.

Sulla cima monte San Biagio si trova la Statua del Redentore di Maratea, opera scolpita in marmo di Carrara da Bruno Innocenti, raffigurante il Cristo Redentore dopo la Resurrezione, completata nel 1965 alta 22,10 m e visibile da tutto il Golfo di Policastro. Posta con un effetto di grande contrasto con i ruderi dell’antica Maratea Castello, vi si accede tramite una scalinata di pietra.

Per le sue innumerevoli chiese, cappelle e monasteri, Maratea è detta anche la città delle 44 chiese.

Distanza: 56 Km, 1 ora e 20 minuti circa.

 

CILENTO, TERRA DI SANTI E DI BRIGANTI: Il fenomeno del Brigantaggio

Le angherie e lo sfruttamento subito dalle classi disagiate nel corso dei secoli contribuirono alla nascita prima del brigantaggio e, poi, all’insorgere degli sfortunati quanto eroici moti insurrezionali che scoppiarono a più riprese dal 1799 sino al 1848.

Il brigante, generalmente, era una persona violenta ma religiosa, veniva da famiglia povera solitamente contadini o pastori, aveva prestato servizio militare nelle truppe borboniche, facilmente aveva subito qualche sopruso dai nuovi regnanti che lo portava ad odiarli e si aggregava in bande guidate da “comandanti” dotati di grande carisma come Carmine Crocco, Giuseppe “Ninco Nanco” Summa, Gaetano Tranchella, Gaetano Manzo, Giuseppe Tardio e la banda Schiavone.

Tra la Basilicata, la Campania e la Calabria si contavano oltre 350 bande a cui appartenevano oltre 9000 briganti, un vero esercito. Ogni banda aveva assegnata la sua zona di competenza e talvolta le varie bande si univano tra loro per effettuare operazioni ritenute rischiose. Si finanziavano con rapine, sequestri ed estorsioni a danno di persone ricche oltre che, con gli “aiuti” inviati dai Borbone e dallo Stato Pontificio. Nel 1863 fu introdotta la Legge Pica fatta apposta per risolvere la “questione meridionale”. Con tale legge venne proclamato lo stato d’assedio, effettuati rastrellamenti di renitenti alla leva, sospetti, pregiudicati, per le strade era vietato formare gruppi di più di tre persone e la popolazione che forniva aiuti ai briganti veniva punita con la fucilazione senza processo. La Legge Pica in poco più di due anni piegò il brigantaggio e con esso vennero distrutti interi villaggi di gente comune.

  • BOSCO

Il paesino di Bosco sorge alle pendici del Monte Bulgheria e si affaccia sul Golfo di Policastro, il borgo nacque a seguito dell’arrivo di alcuni monaci italo – greci provenienti dalla Grecia e dalla Macedonia a causa di persecuzioni e guerre. Questi fondarono il Cenobio di San Nicola (oggi semplice Chiesa Parrocchiale). Per circa 500 anni Bosco visse con giurisdizione autonoma. Grazie alla presenza dei monaci, divenne un grande centro culturale e spirituale, i cui abitanti si dedicavano principalmente all’agricoltura e alla pastorizia. Le proprietà private erano delimitate da elementi naturali quali sentieri, fiumiciattoli e piccole colline. L’abitato era delimitato da mura che permettevano l’accesso tramite delle vere e proprie porte, come “Porta della terra”, che ancora oggi è presente all’interno del paese. Nel 1800 sulla scia della Rivoluzione Francese anche il Meridione osteggiato dalla famiglia dei Borbone, il 27 giugno 1828 si sollevò in un’importante rivolta capitanata dal canonico Antonio Maria De Luca, ma i cilentani arrivati alle porte di San Biase trovarono purtroppo un folto esercito borbonico comandato dal generale Francesco Saverio Del Carretto che soffocò nel sangue la rivolta patriottica. Il Comune di Bosco fu dato alle fiamme per tre volte a seguito di un regio decreto e venne distrutto completamente il 7 luglio 1828. Il paese fu cosparso di sale per rendere il terreno sterile in modo che non potesse più rinascere nulla su quel territorio. Seguirono arresti, condanne, fucilazioni. All’entrata del paese il pittore spagnolo José Ortega, ha voluto ricordare questa importante rivoluzione rappresentandola su delle maioliche dipinte. In occasione del 150º anniversario dell’Unità d’Italia è stato inaugurato ufficialmente il museo dedicato a José Ortega, allievo ed amico di Pablo Picasso, esiliato dalla Spagna franchista dell’epoca che dopo essere stato a Matera si stabilì a Bosco per molti anni.

In questo paese sono da visitare la Chiesa di San Rocco nell’omonima piazza le cui prime memorie appaiono sin dal XVIII secolo. La Chiesa di San Nicola di Bari un tempo Cenobio italo – greco, in cui si possono vedere un battistero del 1545 in selce gialla e un’acquasantiera del 1650.

La Piazza Ortega in cui al centro è sita la sagoma del Monte Bulgheria scolpita dallo stesso Ortega in una grande pietra, da questa piazza si può ammirare un bellissimo panorama del Golfo di Policastro e delle coste lucane e calabre.

Le Maioliche di José Ortega, un murales formato da 196 maioliche situate all’inizio del paese dipinte nel 1980 per ricordare la strage dei Moti Cilentani.

La Fontana del “Savuco” (Sambuco), che si trova davanti il murales sopraccitato; si raggiunge scendendo alcuni scalini ed è conosciuta per la freschezza della sua acqua proveniente dal Monte Bulgheria.

La casa di Ortega, antico palazzotto ottocentesco, trasformata nel Museo “Casa Ortega” ricco di dipinti e decorazioni di vario genere.

La Cappella della Beata Vergine del Carmine, datata 1648 e recentemente ristrutturata e appartenuta alla famiglia degli Ursaia.

Distanza: 20,5 km24 minuti circa.

 

CULTURALI, ARCHEOLOGICHE E ENOGASTRONOMICHE:

  • PADULA E TEGGIANO

Padula e l’omonima Certosa

In località Civita diversi ritrovamenti fanno stimare i primi insediamenti umani intorno al XII secolo a.C., in questo periodo si data la fondazione della città di Cosilinum l’antica Padula. Nel VI secolo a.C. si iniziò a popolare la zona dove sorge l’attuale Padula: in località Valle Pupina sono stati ritrovati bellissimi corredi tombali formati da vasellame in bronzo e ceramiche di stampo greco, attualmente esposti nel museo archeologico presso la Certosa di Padula.

La prima trasformazione urbanistica si ebbe ad opera di Tommaso Sanseverino, incaricato nel 1296 da Carlo II d’Angiò di provvedere alla difesa della città, questi cinse tutto l’abitato con un imponente cinta muraria che partiva dai bastioni del Castello per arrivare a chiudersi sullo strapiombo, rendendo il paese impenetrabile. I Sanseverino favorirono l’insediamento di ordini monastici nel territorio di Padula: oltre alla ripopolazione del monastero di San Nicola al Torone e alla fondazione della Certosa di

certosa di padula
certosa di padula

San Lorenzo (1306), provvidero all’inserimento nel tessuto cittadino degli Agostiniani (1350) e dei Francescani (1380).

Nel 1806 la casa certosina fu abbandonata dai frati, che dovettero obbedire ad un decreto reale e l’esercito francese fece razzie di beni ed opere d’arte.

Agli inizi del XX secolo si verificò l’inizio di un flusso migratorio verso le Americhe che dimezzò la popolazione locale. Tra i cittadini originari di Padula vissuti all’estero vi sono Giuseppe “Joe” Petrosino investigatore che si distinse a New York, e Francesco “Frank” Valente fisico, candidato al Nobel e facente parte del Team che contribuì alla creazione dell’atomica.

Tra il 1915 e il 1921 la certosa, ormai abbandonata da circa un secolo, diviene campo di concentramento per disertori e prigionieri ed un campo di lavoro inglese tra il 1943 e il 1945.

La Certosa di San Lorenzo, conosciuta anche come Certosa di Padula, è la più grande certosa in Italia, nel 1998 è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Come già accennato, fu fondata da Tommaso Sanseverino nel 1306 sul sito di un preesistente cenobio. La sua struttura richiama l’immagine della graticola sulla quale il santo fu bruciato vivo. La storia dell’edificio copre un periodo di circa 450 anni.

Dell’impianto più antico restano in Certosa il portone (1374) e le volte a crociera della Chiesa. La parte principale della Certosa è in stile Barocco ed occupa una superficie di 51.500 m² nella quale sono edificate oltre 320 stanze. Il monastero ha il più grande chiostro del mondo (circa 12.000 m²) contornato da 84 colonne.

Nella certosa si possono ammirare la grande scala a chiocciola di marmo bianco che porta alla grande biblioteca del convento la quale ha il pavimento ricoperto da mattonelle in ceramica provenienti da Vietri sul Mare, la Cappella decorata con preziosi marmi, la grande cucina dove, la leggenda narra, fu preparata una frittata di 1.000 uova per Carlo V, le grandi cantine con le enormi botti, le lavanderie ed i campi limitrofi.

Oggi la Certosa ospita il museo archeologico provinciale della Lucania occidentale, che raccoglie una collezione di reperti provenienti dagli scavi delle necropoli di Sala Consilina e di Padula. Questo museo copre un periodo che va dalla preistoria fino all’età ellenistica.

Altri luoghi di interesse a Padula sono la Chiesa di San Clemente, il sito archeologico di Cosilinum, l’Eremo di San Michele alle Grottelle e, il Battistero di Marcelliano (IV secolo) chiamato anche “San Giovanni in Fonti” antico battistero paleocristiano fondato da papa Marcello I su un preesistente tempio pagano. Vi sono inoltre le mura cittadine, con relative porte e torri, il Sacrario dei Trecento, la casa-museo di Joe Petrosino ed il Museo del cognome: inaugurato nell’aprile 2012, il museo è una struttura interamente dedicata all’onomastica, con la possibilità di accedere a risorse web e cartacee per effettuare ricerche onomastiche con l’assistenza del personale del museo.

Teggiano

La fondazione del paese ha delle tesi discordanti attribuendo la fondazione del paese o a Coloni della città greca di Tegea, o alle genti osco – sabelliche scacciate dalle loro terre a seguito dell’espansione della civiltà Etrusca oppure, infine, per merito dei Lucani all’inizio del IV secolo a.C.

Notevole importanza spettò alla Teggiano del periodo Italico, che ricoprì un ruolo di primissimo piano sia nell’ambito delle dodici città federate Lucane che in occasione delle guerre sociali dal 91 all’88 a.C. che videro opposti Roma e i municipia dell’Italia fin allora alleati del popolo romano. A testimonianza di quei periodi restano gli innumerevoli reperti storici, costituiti sia di architettura religiosa che di architettura civile, attualmente disseminati un po’ ovunque lungo le vie del centro storico.

Dal V secolo in poi assunse il nome di Dianum, poi Diano, da cui prese il nome l’omonimo Vallo.

In questo paese ci sono da vedere il castello dei principi Sanseverino (XI secoloXII secolo) attualmente Castello Macchiaroli, la Porta della cinta muraria medievale situata a sud dell’abitato, le Torri della cinta muraria medievale, la Cattedrale di Santa Maria Maggiore (XIII secolo), la Chiesa e convento di San Francesco (XIV secolo), il Museo diocesano di Teggiano, il Museo delle erbe ed il Museo degli usi e delle tradizioni.

Distanza: 90 km circa, 1 ora e 40 minuti circa.

Velia

Elea, denominata in epoca romana Velia, è un’antica polis della Magna Grecia. L’area archeologica è attualmente localizzata nella contrada Piana di Velia nel comune di Ascea. Gli scavi, vicini alla ferrovia sono visitabili tutti i giorni.

velia
velia

Dell’antica città restano l’Area Portuale, Porta Marina, Porta Rosa, le Terme Ellenistiche e le Terme romane, l’Agorà, l’Acropoli, il Quartiere Meridionale e il Quartiere Arcaico.

Elea fu fondata nella seconda metà del VI secolo a.C., da esuli Focei in fuga dalla Ionia (sulle coste dell’attuale Turchia) per sfuggire alla pressione militare persiana. La città fu edificata sulla sommità e sui fianchi di un promontorio comprato dai Focei agli Enotri, situato tra Punta Licosa e Palinuro. La posizione geografica, al centro di traffici molto intensi tra Grecia ed Etruria, trasformò la cittadina in una tra le polis più ricche della Magna Grecia. Fu inizialmente chiamata Hyele, dal nome della sorgente posta alle spalle del promontorio.

Intorno al V secolo a.C., la città era nota per i floridi rapporti commerciali e la politica governativa. Assunse anche notevole importanza culturale per la sua scuola filosofica presocratica, conosciuta come Scuola eleatica, fondata da Parmenide e portata avanti dall’allievo Zenone.

Con Roma, invece, Elea intrattenne ottimi rapporti: fornì navi per le guerre puniche (III-II secolo) e inviò giovani sacerdotesse per il culto a Demetra (Cerere) provenienti dalle famiglie aristocratiche del posto. Divenne infine luogo di villeggiatura e di cura per aristocratici romani forse grazie anche alla presenza della scuola medico-filosofica.

Nella seconda metà del I secolo servì come base navale, prima per Bruto (44 a.C.) e poi per Ottaviano (38 a.C.). La prosperità della città continuò fino a tutto il I secolo d.C. quando si costruirono numerose ville, piccoli insediamenti, nuovi edifici pubblici e thermae, ma il progressivo insabbiamento dei porti e la costruzione, avviata nel 132 a.C., della Via Popilia che collegava Roma con il sud della penisola tagliando fuori Velia, condussero la città a un progressivo isolamento e impoverimento.

Dal 1669 non è più censito alcun abitante sul posto e le tracce della città si perdono nelle paludi. Solo nell’Ottocento, l’archeologo François Lenormant comprese che l’importanza storica e culturale del luogo si prestava a interessanti studi e approfondimenti tuttora in corso, ma va anche rilevato che purtroppo a causa degli scavi iniziati nel secolo scorso, l’abitato caratterizzante dall’epoca medievale fino al Seicento fu quasi completamente distrutto.

Di rilevante interesse anche la rocca normanna e la settecentesca Chiesa di Santa Maria in Porto Salvo che oggi ospita l’Antiquarium.

Distanza: Km 42, circa 46 minuti circa.

  • PAESTUM E CAPACCIO

Con questo itinerario vi è anche la possibilità di visitare diverse Tenute ed Aziende situate in zona.

La tenuta Vannulo azienda agricola zootecnica biologica certificata I.C.E.A.

Qui la mozzatura avviene ancora interamente a mano ed il latte impiegato proviene esclusivamente dall’allevamento aziendale, su prenotazione è possibile assistere alle varie fasi della lavorazione. All’interno della tenuta è allestito il Museo Permanente della Civiltà Contadina dove si possono osservare attrezzi ed utensili di uso quotidiano di varie epoche. Il percorso si chiude con l’assaggio dei prodotti caseari.

Il caseificio Barlotti propone visite guidate e degustazioni a base di latte di bufala. L’azienda agricola Barlotti nata agli inizi del 1900, è una delle più antiche realtà produttive della Piana del Sele di Paestum, nota particolarmente per l’allevamento di bufale.

La cooperativa Rivabianca nata dall’iniziativa di alcuni agricoltori della Piana di Paestum con una pluriennale tradizione di allevamento di bufale, qui la visita è consigliata principalmente a gruppi.

Inoltre possibilità di visita all’azienda vitivinicola Cuomo “I Vini del Cavaliere” dove si potranno assaggiare le nuove annate dei loro vini Fiano ed Aglianico.

A pochi chilometri da Paestum presso Rutino, è ubicata l’azienda Alfonso Rotolo. Con una Produzione di circa 60.000 bottiglie l’anno, l’azienda si estende su circa 7 ettari di vigneti tutti allevati a guyot, iscritti alle DOC Cilento Aglianico e Fiano e alle IGT Paestum e Campania.

Paestum

La zona archeologica di Paestum è uno dei principali parchi archeologici del mondo, dotato di un museo e, riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità. Qui si possono ammirare, tra l’altro, tre templi greci fra i meglio conservati.

Il sito fu abitato fin dall’epoca preistorica e fu sede di un’antica città della Magna Grecia, Paestum, città romana sorta sulla colonia greca di Poseidonia.

Dal 560 a.C. al 440 a.C. si assiste al periodo di massimo splendore e ricchezza di Poseidonia così chiamata in onore di Poseidone ma devotissima a Era e Atena.

In una data collocabile tra il 420 a.C. e 410 a.C., i Lucani presero il sopravvento nella città, mutandole nome in Paistom.

Nel 273 a.C. Roma sottrasse Paistom alla confederazione lucana e vi insediò una colonia cambiando il nome della città in Paestum. I rapporti tra Paestum e Roma furono sempre molto stretti: i pestani erano socii navales dei Romani; alleati che in caso di bisogno avrebbero fornito navi e marinai.

Nell’area della città, fin dal suo sorgere, furono distinte nella fascia centrale di uso pubblico aree con diverse funzioni: due  zone sacre, il santuario settentrionale e quello meridionale, con al centro lo spazio politico dell’agora sulla cui parte meridionale si imposterà il Foro di età romana.

paestum
paestum

Considerati esempi unici dell’architettura magno – greca, sono i tre templi di ordine dorico edificati nelle due aree santuariali urbane di Paestum, dedicate rispettivamente a Hera e ad Athena.

Il Tempio di Hera è il più antico dei tre (ca. 540 a.c.), era uno dei più grandi templi greci di ordine dorico costruito in pietra; il Tempio di Athena (ca. 500 a.c.) è più piccolo, presenta un fregio dorico di tipo unico sul frontone e colonne ioniche all’interno del pronao (ora all’interno del Museo in quanto i capitelli sono i più antichi in stile ionico rinvenuti in Italia) ed il Tempio di Nettuno che viene considerato come l’esempio migliore dell’architettura dorica templare in Italia e in Grecia.

Paestum è attualmente circondata da una cinta muraria quasi totalmente conservata, con un perimetro poligonale che si sviluppa per circa 4,75 km.

All’interno della città antica è situato il museo archeologico nazionale di Paestum, uno tra i più importanti musei archeologici dell’Italia Meridionale, che raccoglie un’importante collezione di reperti rinvenuti nelle aree circostanti.

Numerose necropoli costellano l’area esterna alle mura. Una delle più grandi si trova a circa un chilometro dal sito archeologico ed è la necropoli del Gaudo, area estesa per circa 2000 m² in cui sono state rinvenute 34 tombe.

A circa 9 km dalla città di Paestum si trova l’Heraion alla foce del Sele, antico santuario dedicato alla dea Era, o Hera Argiva, protettrice della navigazione e della fertilità. La fondazione mitologica del sito è attribuita a Giasone e collegata alla spedizione degli Argonauti. Situato in origine alla foce del fiume Sele, oggi il santuario si trova ora a circa 1,5 km rispetto all’antica collocazione, a seguito dell’avanzamento dell’attuale linea di costa per il progressivo deposito dei sedimenti alluvionali del fiume.

Questo è un luogo con pochi elementi archeologici visibili, ma di grande interesse per l’importanza dei reperti in esso rinvenuti: dal mistero delle metope arcaiche, fino alle migliaia di ceramiche e di statuette votive ritrovate.

Ai margini del santuario vi è la Masseria Procurali sede del museo narrante che racconta la storia del luogo attraverso filmati, ricostruzioni tridimensionali, video installazioni, effetti sonori e pannelli illustrativi.

Capaccio

Il nome del luogo, originariamente Calpatium (l’attuale Capaccio Vecchia sita nei pressi del santuario della Madonna del Granato), prende origine dal latino Caput Aquae (origine dell’acqua, con riferimento alla sorgente di Capo di Fiume) sorto intorno al IX secolo ad opera degli abitanti di Paestum. L’attuale Capaccio è menzionata per la prima volta in documento del 1051. Dal XII secolo fino al Concilio di Trento divenne sede vescovile. Poco distante, sul versante settentrionale del Monte Calpazio, sono ubicati i resti di Capaccio Vecchio abitato raso al suolo dalle truppe di Federico II e abbandonato nel 1246 in quanto feudo dei Sanseverino, una delle famiglie che partecipò alla Congiura dei Baroni. Fu feudo dei Berengario, dei Sanseverino, dei d’Avalos d’Aragona, dei Grimaldi e dei Doria.

Da visitare sono le torri di Capaccio Vecchia ed i ruderi del castello ristrutturato nel periodo angioino ed utilizzato in seguito come prigione, la Torre di Paestum una costruzione militare a tronco di cono terminante con una merlatura situata in prossimità del mare, il cui interno è diviso in due ambienti sovrapposti raggiungibili attraverso una scala esterna. La Basilica Cattedrale della Madonna del Granato sorta nel I secolo e restaurata nel 1708, l’antica Cattedrale “Basilica paleocristiana” (Chiesa dell’Annunziata) ed il Convento francescano di Capaccio convento edificato dai frati carmelitani nel 1500.

Distanza: 100 km, 1 ora 45 minuti circa.

  • POMPEI E VESUVIO

Pompei

Il sito di Pompei dichiarato nel 1997 dall’UNESCO “Patrimonio Mondiale dell’Umanità”, nel 2010 è stato il secondo sito archeologico italiano per numero di visitatori.

In questo sito è stata riportata alla luce l’antica città romana di Pompei sepolta tragicamente insieme con Ercolano, Stabiae ed Oplonti nell’eruzione del Vesuvio del 79 d.c. con un’improvvisa pioggia di cenere, polvere e lapilli incandescenti che hanno cristallizzato la città e la sua tragedia, preservandole nei secoli. Gli scavi archeologici, difatti, hanno restituito la città meglio conservata dell’epoca ed i resti dell’antica città riproducono una delle migliori testimonianze della vita romana. La notevole quantità di reperti recuperati (oltre a semplici suppellettili di uso quotidiano anche affreschi, mosaici e statue) è stata utile per far comprendere gli usi, i costumi, le abitudini alimentari e l’arte della vita di oltre due millenni fa.

La visita al complesso include ville, case, edifici pubblici, edifici ludici, templi e necropoli. Uno dei luoghi più rimarchevoli degli scavi è la via dei Sepolcri.

Per volontà di Bartolo Longo, a poca distanza dagli scavi (1,7 km, 5 minuti circa), fu eretto il Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei, ora Basilica Pontificia, ricca di ex voto, che costituisce una delle mete italiane più frequentate: ogni anno in occasione delle Suppliche alla Madonna dell’8 maggio e della prima domenica di ottobre vi si verifica un intenso pellegrinaggio.

Sono almeno otto milioni all’anno i turisti di Pompei: circa quattro milioni vi giungono per visitare gli Scavi ed oltre quattro per visitare il Santuario.

Vesuvio

vesuvio cultura
vesuvio cultura

Il Parco nazionale del Vesuvio, istituito nel 1995 include e si sviluppa attorno al Vesuvio. Esso rappresenta il tipico esempio di vulcano a recinto, costituito da un cono esterno tronco, il Monte Somma, (oggi spento e con una cinta craterica in buona parte demolita) entro il quale si trova un cono più piccolo (il Vesuvio, ancora attivo).

Un’ulteriore singolarità di questo Parco è rappresentata dalla notevole presenza di specie floristiche e faunistiche se si rapporta alla sua ridotta estensione: sono presenti 612 specie appartenenti al mondo vegetale e 227 specie appartenenti a quello animale.

Nel parco è possibile fare escursioni lungo i numerosi sentieri presenti.

Distanza: 212 km, 2 ore 52 minuti circa